

2. Guerra: una parola paurosa e fascinatrice.

Da: B. Mussolini, in Il Popolo d'Italia, 15 novembre 1914.

Benito Mussolini, direttore dell'Avanti!, inizialmente fautore
della neutralit, divenne quindi acceso sostenitore
dell'intervento a fianco della Triplice intesa. Dopo la
conseguente rottura con il partito socialista, fond un nuovo
giornale,  Il Popolo d'Italia, dalle cui pagine condusse
un'accesa campagna interventista. Il seguente passo, tratto dal
primo numero uscito il 15 novembre 1914, rappresenta una
significativa testimonianza del disorientamento culturale e
politico, diffuso sia presso alcune fazioni pi radicali del
movimento operaio sia tra la piccola e media borghesia. Le
argomentazioni a sostegno dell'intervento, considerato necessario
per impedire il successo della reazione prussiana, sono
accompagnate infatti dalla esaltazione della guerra come
manifestazione di coraggio individuale e di potenza nazionale,
come strumento attraverso il quale le giovani generazioni sono
chiamate a fare la storia. I neutralisti sono accusati di
vigliaccheria; nei loro confronti Mussolini usa un tono
sprezzante, iniziando un attacco che diventer sempre pi violento
e che lo porter, in un articolo successivo, ad affermare
addirittura che per la salute dell'Italia bisognerebbe fucilare,
dico fucilare, nella schiena, qualche dozzina di deputati e
mandare all'ergastolo un paio almeno di ex ministri.


All'indomani della famosa riunione ecumenica di Bologna [la
riunione del PSI del 18-21 ottobre 1914], nella quale - per dirla
con una frase alquanto solenne - fui bruciato, ma non
confutato, io posi a me stesso il quesito che oggi ho risolto
creando questo giornale di idee e di battaglia. Io mi sono
domandato: Debbo parlare o tacere? Conviene che mi ritiri sotto
la tenda come un soldato stanco o deluso, o non  invece
necessario che io riprenda - con un'altra arma - il mio posto di
combattimento?. [...]
Attendere pu significare giungere in ritardo e trovarsi dinanzi
all'inevitabile fatto compiuto, che lamentazioni inutili non
valgono a cancellare. Se si fosse trattato o si trattasse di una
questione di secondaria importanza, non avrei sentito il bisogno,
meglio, il dovere di creare un giornale: ma, ora, checch si
dica dai neutralisti, una questione formidabile sta per essere
risolta: i destini dell'Europa sono in relazione strettissima coi
possibili risultati di questa guerra; disinteressarsene significa
staccarsi dalla storia e dalla vita. Ah no! Noi non siamo, noi non
vogliamo essere mummie perennemente immobili con la faccia rivolta
allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della
beghinit sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule
corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo
uomini, e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia
pure modesto, alla creazione della storia.
Incoerenza? Apostasia? Diserzione? Mai pi. Resta a vedersi da
quale parte stiano gli incoerenti, gli apostati, i disertori. Lo
dir la storia domani, ma la previsione rientra nell'ambito delle
nostre possibilit divinatorie.
Se domani ci sar un po' pi di libert in Europa, un ambiente
quindi, politicamente pi adatto alla formazione delle capacit di
classe del proletariato, disertori ed apostati non saranno stati
tutti coloro che al momento in cui si trattava di agire, si sono
neghittosamente tratti in disparte?.
Se domani, invece, la reazione prussiana trionfer sull'Europa -
dopo la distruzione del Belgio - col progettato annientamento
della Francia - abbasser il livello della civilt umana,
disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno
tentato per impedire la catastrofe.
Da questo ferreo dilemma non si esce, ricorrendo alle sottili
elucubrazioni degli avvocati d'ufficio della neutralit assoluta,
o ripetendo un grido di abbasso che prima della guerra poteva
avere un contenuto e un significato, ma oggi non lo ha pi.
Oggi - io lo grido forte - la propaganda antiguerresca  la
propaganda della vigliaccheria. Ha fortuna perch vellica ed
esaspera l'istinto della conservazione individuale. Ma per ci
stesso  una propaganda antirivoluzionaria. La facciano i preti
temporalisti e i gesuiti che hanno un interesse materiale e
spirituale alla conservazione dell'impero austriaco; la facciano i
borghesi, contrabbandieri o meno che - specie in Italia -
dimostrano la loro pietosa insufficienza politica e morale; la
facciano i monarchici che, specie se insigniti del laticlavio
[ossia del titolo di senatore, dal nome della striscia di color
porpora che bordava la tunica dei senatori nell'antica Roma], non
sanno rassegnarsi a stracciare il trattato della Triplice che
garantiva, oltre alla pace (nel modo che abbiamo visto),
l'esistenza dei troni; codesta coalizione di pacifisti sa bene
quello che vuole e noi ci spieghiamo ormai facilmente i motivi che
inspirano il suo atteggiamento. Ma noi, socialisti, abbiamo
rappresentato - salvo nelle epoche basse del riformismo mercatore
e giolittiano - una delle forze vive della nuova Italia:
vogliamo ora legare il nostro destino a queste forze morte in
nome di una pace che non ci salva oggi dai disastri della guerra
e non ci salver domani da pericoli indubbiamente maggiori e in
ogni caso non ci salver dalla vergogna e dallo scherno universale
dei popoli che hanno vissuto questa grande tragedia della storia?
Vogliamo trascinare la nostra miserabile esistenza alla giornata -
beati nello statu quo monarchico e borghese, - o vogliamo invece
spezzare questa compagine sorda e torbida di intrighi e di vilt?
Non potrebbe essere questa la nostra ora? Invece di prepararci a
subire gli avvenimenti, preordinando un alibi scandaloso, non 
meglio tentare di dominarli? Il compito di socialisti
rivoluzionari non potrebbe essere quello di svegliare le coscienze
addormentate delle moltitudini e di gettare palate di calce viva
nella faccia ai morti - e son tanti in Italia - che si ostinano
nell'illusione di vivere? Gridare: Noi vogliamo la guerra! non
potrebbe essere - allo stato dei fatti - molto pi rivoluzionario
che gridare abbasso?.
Questi interrogativi inquietanti, ai quali, per mio conto, ho
risposto, spiegano l'origine e gli scopi del giornale. Questo
ch'io compio  un atto d'audacia e non mi nascondo le difficolt
dell'impresa. Sono molte e complesse, ma ho la ferma fiducia di
superarle. Non sono solo. Non tutti i miei amici di ieri mi
seguiranno; ma molti altri spiriti ribelli si raccoglieranno
attorno a me. Far un giornale indipendente, liberissimo,
personale, mio. Ne risponder solo alla mia coscienza e a nessun
altro. Non ho intenzioni aggressive contro il Partito Socialista,
o contro gli organi del partito nel quale intendo di restare; ma
sono disposto a battermi contro chiunque tentasse di impedirmi la
libera critica di un atteggiamento che ritengo per varie ragioni
esiziale agli interessi nazionali e internazionali del
proletariato.
Dei malvagi e degli idioti non mi curo. Restino nel loro fango i
primi, crepino nella loro nullit intellettuale gli ultimi. Io
cammino! E riprendendo la marcia - dopo la sosta che fu breve - 
a voi, giovani d'Italia; giovani delle officine e degli atenei;
giovani d'anni e giovani di spirito; giovani che appartenete alla
generazione cui il destino ha commesso di fare la storia;  a
voi che io lancio il mio grido augurale, sicuro che avr nelle
vostre file una vasta risonanza di echi e di simpatie.
Il grido  una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi
normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza
infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e
fascinatrice: guerra!.
